Ferdinando Camon , (in un suo articolo ) definisce Pier Paolo Pasolini “sgradevole e necessario”, e ripercorre la sua vita e le sue scelte letterarie al fine di dimostrarne l’attualità e la capacità di essere gli altri. Delinea così un Pasolini “comunista eretico”, “espulso perdonante , “cristiano antipapale”, “Cristo rivoluzionario”; ma anche un Pasolini generoso, che dovrà pagare a caro prezzo la scelta di mostrare ai padroni del potere il risultato della storia di loro proprietà , risultato quale la miseria culturale ed economica delle classi sottoproletarie, ai margini della società e della dignità, e di cui devono sentirsi responsabili.
“La Repubblica” dedica ampio spazio a Pasolini, tra il ricordo di nomi eccellenti che lo hanno conosciuto e riflessioni sul suo cinema e la sua letteratura; Cesare Garboli lo ricorda come “un angelo provocatore dalla voce di flauto e miele”; Angelo Guglielmi rivive la forte polemica tra lui e Pasolini, riconoscendogli però, la grande contemporaneità, da cui nasce l’idea di Pasolini poeta profeta della società del consumismo. Anche il “Corriere della Sera” lo ricorda attraverso l’aspra polemica politica.
Si distacca dal Pasolini nostalgicamente moderno e profetico “Il Messaggero” che, attraverso l’articolo di Goffredo Fogi, dichiara, invece la sconfitta di Pasolini Sciascia e Calvino portatori di irrequietezze che non hanno possibilità di esistere oggi.
E poi oltre la politica, il cinema primitivo e sgrammaticato in cui Pasolini esprime il disagio frutto del potere governante e la morte come unico riscatto o ultima punizione da scontare. Dov’ è quindi il poeta che credevo? Chi fu quest’ uomo, un politico, un saggista, un poeta, un regista, un narratore o tutte queste cose assieme? E’ davvero impossibile per noi giovani, capire cosa fosse Pasolini per la coscienza morale, poetica, politica dell’ Italia degli anni 60/70, come sostiene Giuseppe Bonura dell’ “Avvenire”? Cosa ci è allora concesso come eredità di quest’ uomo così discusso e contestato? Solo il coraggio di rivelare la sua omosessualità convulsa e conflittuale che lo portarono allo scandalo prima e alla morte poi? Non credo che ci sia bisogno di un Pasolini martire della moralità perbenista. Credo invece ci spetti la volontà espressiva di Pier Paolo Pasolini in tutte le sue forme, e se non ci è dato di giudicare un uomo un paese a noi vicini storicamente ma lontani ideologicamente, almeno ci sia dovuta la possibilità di scoprire il suo spirito e il suo bisogno di comunicare, che è proprio di ogni generazione.

Donatella Giancola